Mi piace molto questa parola: è
corposa e altisonante, rimanda direttamente alla nobiltà d’animo.
Quella nobiltà che ti consente di
camminare a testa alta, restituendoti valore pur in assenza di titolo nobiliare
poiché sono altri elementi a impreziosire. Siamo su tutt’altro piano.
La dignità ha a che fare col
rispetto, col coraggio e, a mio modo di vedere, con la grazia, intesa come
eleganza. Un’eleganza sottile, non urlata, presente quel tanto che basta a
segnare un confine, il confine tra una persona dotata di integrità e una che
non lo è.
Poche cose sono al tempo stesso
tanto eleganti e potenti come la dignità.
La dignità evoca una forza
profonda, radicata e discreta.
Personalmente ho imparato che è
un super potere, che spesso tendiamo a sottovalutare o a dare per scontato,
almeno nella parte di mondo in cui i diritti umani di base vengono
rispettati. Ma esistono tante forme di dignità e non sempre siamo così attenti
a rispettarle e proteggerle tutte.
Tra queste riflessioni si fa
strada una domanda: esiste un collegamento tra la dignità e il senso profondo,
la nostra natura più vera, la nostra essenza? La mia risposta è sì. Perché se è
vero che la dignità è uno dei nostri diritti universali e inalienabili, ovvero
di cui l’essere umano gode per il solo fatto di esistere – data la sua
specifica natura che implica (o dovrebbe implicare…) una morale – allora
significa che la dignità è radicata nel nostro nucleo più puro.
È parte di noi, sta sottopelle,
dentro le ossa, nel nostro respiro…motivo per il quale, quando va tutto bene,
raramente ci soffermiamo sul suo valore. Perché, vale la pena esplicitarlo, la
dignità ha un valore ed è un valore.
È un valore quando dà corpo al
nostro mondo interiore, consentendogli di esprimersi liberamente, senza filtri
e senza giudizio, esattamente per ciò che è nella sua unicità.
Quanto valore ha, invece, lo
capiamo quando viene lesa, quando ci viene tolta e ci troviamo di fronte a un
bivio: limitarci a sopravvivere passando oltre, in attesa che la ferita
guarisca da sola con annessi e connessi che questo comporta, oppure lottare
per vivere accettando il rischio di morire a testa alta
pur di restare fedeli a noi stessi.
Ecco che il collegamento con la
nostra essenza inizia a rivelarsi, il nesso con le parole rispetto, coraggio e
grazia si fa via via più chiaro.
Quando la nostra dignità viene
lesa, significa che è venuto meno il rispetto nei nostri confronti da parte di
chi l’ha violata, sprezzante degli effetti di un atto così vile.
Esiste però anche un’altra forma
di rispetto che non va trascurata: quella che dobbiamo a noi stessi, anche se
talvolta richiede molto coraggio per essere esercitata.
È in questo senso che siamo di
fronte a un bivio. Solitamente la lesione della dignità altrui coincide con uno
o più atti prevaricatori da parte di un soggetto che, in quel dato momento,
abusa del suo potere per fare del male. Sì, possiamo dirlo, dobbiamo dirlo:
ledere o privare qualcuno della propria dignità significa fargli del male,
molto male.
Essendo un valore intrinseco la
dignità è sacra, per questo è così doloroso quando viene intaccata e, quando la
perdiamo, ci sentiamo letteralmente svuotati, smarriti. È parte del nostro
spirito, della nostra identità, della nostra essenza ed essendo un’espressione
della nostra morale, tipicamente la sua lesione avviene da parte di persone
senza scrupoli, oltre che momentaneamente o apparentemente più forti. Sono loro
che ci mettono di fronte a quel bivio cruciale: limitarsi a sopravvivere o
lottare per vivere rischiando di morire a testa alta.
Chissà come mai quando è la
nostra componente spirituale a essere sotto attacco, la scelta non è così
immediata. Di fronte a una minaccia fisica sappiamo bene cosa fare: metterci in
salvo o difenderci. È istintivo, è immediato: se il pericolo è grande e imminente,
la nostra reazione non richiede alcun ragionamento. Quando a essere minacciata
è la nostra persona interiore, invece, quella che custodisce la nostra unicità,
non sempre la reazione è altrettanto immediata.
Forse da questo punto di vista
non siamo ancora così evoluti, o forse – per come è stato complicato il nostro
modo di vivere nel corso degli anni, in cui modelli comportamentali cui
aspirare e vari status da raggiungere a tutti i costi per essere accettati
nella società si sono stratificati senza soluzione di continuità – ci siamo
addirittura involuti.
Talvolta, infatti, invece di
reagire o agire di conseguenza, ci blocchiamo, rimaniamo interdetti, quasi
facciamo fatica a riconoscere il problema quando si nasconde dietro alcune
tipologie di dinamiche frutto di retaggi culturali che dovrebbero ormai essere
superati e, invece, aleggiano ancora nell’aria più di quanto si possa
immaginare.
Come forma di difesa istintiva
tendiamo allora a chiuderci, facendoci un po’ più piccoli sperando che la
tempesta passi in fretta, che si sia trattato solo di un momento, di uno
sbaglio. Ma qual è il prezzo da pagare in questo caso? Stiamo vivendo o semplicemente
sopravvivendo?
La risposta sta nei segnali che
ci invia il nostro corpo, nella qualità del nostro sonno e di ciò che
rappresentiamo (o non rappresentiamo) nelle relazioni importanti della nostra
vita. Quanto siamo disposti ad ascoltare, a leggere quei segnali che giungono
dalla nostra natura più pura, da quella nostra essenza che non risponde ai
dettami imposti da fattori esterni?
Non solo. E se poi la tempesta
non passa?
Eccolo il bivio. La domanda da
farsi in questo caso è: che differenza c’è tra limitarsi a sopravvivere e
lottare, accettando il rischio di morire ma a testa alta? Come cambierà la
nostra vita a seconda che si scelga una strada piuttosto che l’altra?
Il rischio di morire non è da
intendersi necessariamente nel senso fisico del termine naturalmente; tuttavia,
accettare determinate tipologie di compromessi non significa morire un po’ ogni
giorno? Rinunciare a lottare per riconquistare la nostra dignità per paura
delle conseguenze, non equivale a reprimere, se non addirittura rinnegare, la
nostra natura di esseri umani tutti uguali e con pari diritti? Diritto alla
gioia, al rispetto, alla libertà, alla serenità e all’amore.
Quel che è certo è che non è
facile, spesso si tratta di un percorso tutt’altro che indolore ed è qui che
entrano in gioco il rispetto per noi stessi e il coraggio ma anche la grazia.
Ci sono diversi possibili modi di
agire e numerose possibilità di reagire, soprattutto di fronte a una ferita di
questo tipo. E qui arriva un’altra domanda: per cosa vale davvero la pena
lottare nella vita, rischiando il tutto e per tutto? Rischiando di perdere
tutto e dover ricominciare da zero ma con la soddisfazione di aver lottato a
testa alta?
Ognuno di noi ha la sua risposta
a questa domanda, quel che è certo è che a darci la forza per farlo è per
l’appunto la dignità intesa come valore, come il rispetto che ci è dovuto come
esseri umani in quanto tali e che, per citare il titolo di un film che ho amato
molto, definirei il diritto di contare.
Cerchiamo allora, quando siamo di
fronte a un bivio di questo tipo, di volerci bene, di riservare a noi stessi
quel rispetto che non ci è stato riconosciuto da chi ci ha fatto del male,
anche quando si tratta di noi stessi. Nel nome del nostro diritto a essere
trattati con quello stesso rispetto che ci è stato negato, riconnettiamoci
profondamente agli altri nostri valori, ai nostri ideali e alla visione di un
mondo migliore che ci piacerebbe poter abitare e facciamo la nostra parte.
Difendiamo la nostra dignità con coraggio e con grazia, facendo leva sulla
nostra integrità e sull’importanza di ripristinare quel confine dato dal
rispetto che ci è dovuto e che ci dobbiamo come esseri umani, in virtù del
quale possiamo condividere, grazie al contributo di chi ha scelto di lottare
prima di noi e anche per noi, un mondo in cui questa scelta resta possibile.
Avremo così onorato la nostra
essenza, limitato il potere del più forte a un qualcosa di estemporaneo – per
quanto doloroso – e soprattutto fortificato quel senso profondo che rende una
vita meritevole di essere vissuta.