giovedì 18 giugno 2026

Dignità

Mi piace molto questa parola: è corposa e altisonante, rimanda direttamente alla nobiltà d’animo.

Quella nobiltà che ti consente di camminare a testa alta, restituendoti valore pur in assenza di titolo nobiliare poiché sono altri elementi a impreziosire. Siamo su tutt’altro piano.

La dignità ha a che fare col rispetto, col coraggio e, a mio modo di vedere, con la grazia, intesa come eleganza. Un’eleganza sottile, non urlata, presente quel tanto che basta a segnare un confine, il confine tra una persona dotata di integrità e una che non lo è.

Poche cose sono al tempo stesso tanto eleganti e potenti come la dignità.

La dignità evoca una forza profonda, radicata e discreta.

Personalmente ho imparato che è un super potere, che spesso tendiamo a sottovalutare o a dare per scontato, almeno nella parte di mondo in cui i diritti umani di base vengono rispettati. Ma esistono tante forme di dignità e non sempre siamo così attenti a rispettarle e proteggerle tutte.

Tra queste riflessioni si fa strada una domanda: esiste un collegamento tra la dignità e il senso profondo, la nostra natura più vera, la nostra essenza? La mia risposta è sì. Perché se è vero che la dignità è uno dei nostri diritti universali e inalienabili, ovvero di cui l’essere umano gode per il solo fatto di esistere – data la sua specifica natura che implica (o dovrebbe implicare…) una morale – allora significa che la dignità è radicata nel nostro nucleo più puro.

È parte di noi, sta sottopelle, dentro le ossa, nel nostro respiro…motivo per il quale, quando va tutto bene, raramente ci soffermiamo sul suo valore. Perché, vale la pena esplicitarlo, la dignità ha un valore ed è un valore.

È un valore quando dà corpo al nostro mondo interiore, consentendogli di esprimersi liberamente, senza filtri e senza giudizio, esattamente per ciò che è nella sua unicità.

Quanto valore ha, invece, lo capiamo quando viene lesa, quando ci viene tolta e ci troviamo di fronte a un bivio: limitarci a sopravvivere passando oltre, in attesa che la ferita guarisca da sola con annessi e connessi che questo comporta, oppure lottare per vivere accettando il rischio di morire a testa alta pur di restare fedeli a noi stessi.

Ecco che il collegamento con la nostra essenza inizia a rivelarsi, il nesso con le parole rispetto, coraggio e grazia si fa via via più chiaro.

Quando la nostra dignità viene lesa, significa che è venuto meno il rispetto nei nostri confronti da parte di chi l’ha violata, sprezzante degli effetti di un atto così vile.

Esiste però anche un’altra forma di rispetto che non va trascurata: quella che dobbiamo a noi stessi, anche se talvolta richiede molto coraggio per essere esercitata.

È in questo senso che siamo di fronte a un bivio. Solitamente la lesione della dignità altrui coincide con uno o più atti prevaricatori da parte di un soggetto che, in quel dato momento, abusa del suo potere per fare del male. Sì, possiamo dirlo, dobbiamo dirlo: ledere o privare qualcuno della propria dignità significa fargli del male, molto male.

Essendo un valore intrinseco la dignità è sacra, per questo è così doloroso quando viene intaccata e, quando la perdiamo, ci sentiamo letteralmente svuotati, smarriti. È parte del nostro spirito, della nostra identità, della nostra essenza ed essendo un’espressione della nostra morale, tipicamente la sua lesione avviene da parte di persone senza scrupoli, oltre che momentaneamente o apparentemente più forti. Sono loro che ci mettono di fronte a quel bivio cruciale: limitarsi a sopravvivere o lottare per vivere rischiando di morire a testa alta.

Chissà come mai quando è la nostra componente spirituale a essere sotto attacco, la scelta non è così immediata. Di fronte a una minaccia fisica sappiamo bene cosa fare: metterci in salvo o difenderci. È istintivo, è immediato: se il pericolo è grande e imminente, la nostra reazione non richiede alcun ragionamento. Quando a essere minacciata è la nostra persona interiore, invece, quella che custodisce la nostra unicità, non sempre la reazione è altrettanto immediata.

Forse da questo punto di vista non siamo ancora così evoluti, o forse – per come è stato complicato il nostro modo di vivere nel corso degli anni, in cui modelli comportamentali cui aspirare e vari status da raggiungere a tutti i costi per essere accettati nella società si sono stratificati senza soluzione di continuità – ci siamo addirittura involuti.

Talvolta, infatti, invece di reagire o agire di conseguenza, ci blocchiamo, rimaniamo interdetti, quasi facciamo fatica a riconoscere il problema quando si nasconde dietro alcune tipologie di dinamiche frutto di retaggi culturali che dovrebbero ormai essere superati e, invece, aleggiano ancora nell’aria più di quanto si possa immaginare.

Come forma di difesa istintiva tendiamo allora a chiuderci, facendoci un po’ più piccoli sperando che la tempesta passi in fretta, che si sia trattato solo di un momento, di uno sbaglio. Ma qual è il prezzo da pagare in questo caso? Stiamo vivendo o semplicemente sopravvivendo?

La risposta sta nei segnali che ci invia il nostro corpo, nella qualità del nostro sonno e di ciò che rappresentiamo (o non rappresentiamo) nelle relazioni importanti della nostra vita. Quanto siamo disposti ad ascoltare, a leggere quei segnali che giungono dalla nostra natura più pura, da quella nostra essenza che non risponde ai dettami imposti da fattori esterni?

Non solo. E se poi la tempesta non passa?

Eccolo il bivio. La domanda da farsi in questo caso è: che differenza c’è tra limitarsi a sopravvivere e lottare, accettando il rischio di morire ma a testa alta? Come cambierà la nostra vita a seconda che si scelga una strada piuttosto che l’altra?

Il rischio di morire non è da intendersi necessariamente nel senso fisico del termine naturalmente; tuttavia, accettare determinate tipologie di compromessi non significa morire un po’ ogni giorno? Rinunciare a lottare per riconquistare la nostra dignità per paura delle conseguenze, non equivale a reprimere, se non addirittura rinnegare, la nostra natura di esseri umani tutti uguali e con pari diritti? Diritto alla gioia, al rispetto, alla libertà, alla serenità e all’amore.

Quel che è certo è che non è facile, spesso si tratta di un percorso tutt’altro che indolore ed è qui che entrano in gioco il rispetto per noi stessi e il coraggio ma anche la grazia.

Ci sono diversi possibili modi di agire e numerose possibilità di reagire, soprattutto di fronte a una ferita di questo tipo. E qui arriva un’altra domanda: per cosa vale davvero la pena lottare nella vita, rischiando il tutto e per tutto? Rischiando di perdere tutto e dover ricominciare da zero ma con la soddisfazione di aver lottato a testa alta?

Ognuno di noi ha la sua risposta a questa domanda, quel che è certo è che a darci la forza per farlo è per l’appunto la dignità intesa come valore, come il rispetto che ci è dovuto come esseri umani in quanto tali e che, per citare il titolo di un film che ho amato molto, definirei il diritto di contare.

Cerchiamo allora, quando siamo di fronte a un bivio di questo tipo, di volerci bene, di riservare a noi stessi quel rispetto che non ci è stato riconosciuto da chi ci ha fatto del male, anche quando si tratta di noi stessi. Nel nome del nostro diritto a essere trattati con quello stesso rispetto che ci è stato negato, riconnettiamoci profondamente agli altri nostri valori, ai nostri ideali e alla visione di un mondo migliore che ci piacerebbe poter abitare e facciamo la nostra parte. Difendiamo la nostra dignità con coraggio e con grazia, facendo leva sulla nostra integrità e sull’importanza di ripristinare quel confine dato dal rispetto che ci è dovuto e che ci dobbiamo come esseri umani, in virtù del quale possiamo condividere, grazie al contributo di chi ha scelto di lottare prima di noi e anche per noi, un mondo in cui questa scelta resta possibile.

Avremo così onorato la nostra essenza, limitato il potere del più forte a un qualcosa di estemporaneo – per quanto doloroso – e soprattutto fortificato quel senso profondo che rende una vita meritevole di essere vissuta.

domenica 17 maggio 2026

IL SENSO PROFONDO

 Che cosa ci porta a cercare il senso profondo della nostra esistenza?

Perché, diciamocelo, capita a tutte e tutti almeno una volta nella vita di chiedersi che senso abbia il nostro essere al mondo e se possiamo essere noi a decidere in cosa questo senso consista.

La dimensione spirituale è il terzo (macro) elemento di cui siamo fatti, insieme a mente e corpo ed è indissolubilmente collegato agli altri due. Fa parte del triangolo che ci fa sentire vivi e che ci distingue dagli altri esseri viventi. Ma quanti di noi decidono di entrarci realmente in contatto? Quanti decidono di esplorarla?

Da piccoli veniamo indirizzati, spesso influenzati dall’ambiente in cui cresciamo.

Che la direzione coincida con la religione dei nostri genitori o di chi si prende cura di noi, oppure ci venga detto che si tratta di un qualcosa di talmente personale che saremo noi a decidere in età adulta, l’ambito spirituale, di fatto, viene considerato parte integrante della nostra esistenza, un aspetto in merito al quale arriverà, prima o poi, il momento di interrogarci. Anche se, naturalmente, spiritualità e religione non necessariamente coincidono.

Ed è qui che si apre un mondo.

È risaputo che fin dai tempi preistorici l’uomo percepisce l’esistenza di qualcosa di più grande, di non essere fatto solo di istinto, emozioni e capacità intellettive. Avverte che esiste qualcosa di molto più profondo sia dento che fuori di sé. A prescindere da come decida di nominarlo e di rapportarvisi. E, anche laddove le riflessioni dovessero portare a una posizione che non contempla il divino, rimane impossibile prescindere dalla spiritualità interiore, quella componente innata che, insieme alla mente e al corpo, appunto, ci rende completi, ma soprattutto unici e irripetibili come individui.

Si tratta di qualcosa di molto più complesso della mera coscienza. Ha a che fare con la morale, con i valori, con la propria natura e con come questa evolve nel suo manifestarsi man mano che avanziamo nel nostro percorso di vita.

Per molto tempo le religioni hanno offerto un porto sicuro da questo punto di vista, aiutando i fedeli a orientare i comportamenti e le scelte in merito a ciò che è giusto o sbagliato attraverso un sistema di ideali e aspirazioni verso il quale tendere nel dare forma ai nostri progetti di vita. Tramite lo stesso sistema, spesso, si regolava il funzionamento della società (con i pro e i contro che questo ha comportato).

Nell’età moderna, però, qualcosa è cambiato. Il progresso e la globalizzazione hanno reso accessibili tutta una serie di elementi (conoscenza, mezzi, destinazioni) in precedenza irraggiungibili per la stragrande maggioranza delle persone, spostando sempre più l’attenzione verso un concetto di benessere di tipo materialistico. I nuovi parametri di riferimento sono diventati le evidenze derivanti dal possesso di oggetti che simboleggiano lo status economico di riferimento, associati a potere e successo, con la conseguente urgenza di mostrarli pubblicamente per essere accettati dalla società.

Le conseguenze di questo cambiamento sono ormai sotto gli occhi di tutti: violenza, devastazione, impoverimento culturale e senso di disorientamento, soprattutto delle nuove generazioni private, nel tempo, di ideali in grado di scuotere coscienze e ispirare azioni e movimenti in nome del bene comune.

L’inaridimento emotivo provocato dall’utilizzo sregolato dei social network e la cultura del materialismo ci hanno allontanati dal contatto col nostro mondo interiore, con la nostra vera natura, con la parte di noi che ci rende unici e irripetibili, provocando un disallineamento tra mondo interiore e mondo esterno i cui effetti si traducono in un senso di insoddisfazione o frustrazione che cresce man mano che accumuliamo traguardi frutto di obiettivi indotti, più che scelti.

Quando il nostro io più profondo trova spazio, invece, troviamo il coraggio di incarnare fino in fondo ciò che siamo anche quando appare in controtendenza, superando il timore di non essere accettati poiché non omologati ai dettami di una società che ci ingabbia in categorie prestabilite, al fine di poter vendere più agevolmente prodotti che generano profitto ma non benessere.

Non è un caso che stress e bornout, così come altri disagi psicologici quali ansia, depressione, crisi di panico, siano ai massimi storici. Ciononostante, la maggior parte delle persone continua a concentrarsi sui sintomi assumendo medicinali che li mettano a tacere, trascurando la causa o le cause.

Ecco che allora la domanda iniziale che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo posti su quale sia il senso della nostra esistenza, torna a farsi strada chiedendo spazio, chiedendo ascolto.

In un mondo fatto di categorie e di etichette, questa domanda può spaventare, soprattutto se non ci si sente a proprio agio in nessuna di esse, ma in realtà è proprio da quella domanda che inizia un processo di posizionamento personale in grado di sostenerci nei momenti di difficoltà, anche di fronte alle peggiori tempeste.

Per potervi rispondere occorre intraprendere un viaggio dentro sé stessi, alla ricerca della nostra essenza originaria, quel nucleo innato di disposizioni, sensibilità, inclinazioni e modi di essere che precede qualsiasi apprendimento, significato o narrazione personale. Si tratta della componente più pura della nostra personalità, del nostro io, della nostra identità.

Ed è precisamente tornando lì, al centro di noi stessi, che possiamo costruire una base sicura, alla quale tornare ogni qualvolta ci sentiamo persi, oppure quando siamo chiamati a prendere una decisione importante e dobbiamo valutare diverse possibilità.

È sul nucleo originario del sé che si fonda la nostra identità ed è da lì che dovrebbe derivare il nostro stare nel mondo. È da lì che dovremmo partire per cercare il senso profondo della nostra esistenza, quello che ci fa sentire vivi, sereni, in condizione di rapportarci al meglio con gli altri e felici di svegliarci al mattino e incominciare una nuova giornata.

Come fare?

Lo esploreremo insieme nei prossimi post, passo dopo passo.

sabato 7 febbraio 2026

Coming Soon

Benvenute e benvenuti sul mio blog,

è un piacere avervi qui.

Nel corso delle prossime settimane il blog prenderà vita e avremo modo di conoscerci meglio.

A presto,

Monica



Dignità

Mi piace molto questa parola: è corposa e altisonante, rimanda direttamente alla nobiltà d’animo. Quella nobiltà che ti consente di camminar...